40 anni dal primo lancio: Cosa ci lascia lo Space Shuttle

Il Columbia, primo veicolo riutilizzabile della storia dell’aeronautica, oltrepassava per la prima volta i confini dell’atmosfera 40 anni fa, per il ventesimo anniversario del lancio di Jurij Gagarin, che ci ha lasciati il 27 marzo 1968 all’età di soli 34 anni.


Jurij Gagarin space shuttle

Con il Columbia, ha avuto inizio il programma Space Shuttle, con grandi piani per esplorazioni extraterrestri. Il programma Space Shuttle, per quanto visionario, si è rivelato anche uno dei più azzardati, con piani troppo grandi per essere portati a termine.


Il primo lancio dello Space Shuttle


Il primo lancio è stato quindi effettuato il 12 aprile 1981, il giorno in cui lo Space Transportation System, o Sts, è partito da Cape Canaveral, la rampa da cui le Apollo partivano verso la Luna. A bordo delle 2020 tonnellate di peso del nuovo sistema di trasporto spaziale statunitense, c’erano il veterano John Young e Robert Crippen, al suo primo lancio oltre l’atmosfera.


L’orbiter dell’intero sistema, il Columbia appunto, sarebbe tornato a terra due giorni dopo planando, posandosi sul bacino asciutto del lago Rogers, situato nella base di Edwards in California, esattamente come un aereo. Questo è stato inizialmente valutato come uno dei più grandi risultati della corsa allo spazio dalla conquista della Luna, salutato con enorme entusiasmo anche da personaggi di spicco come Roy Rogers e Steven Spielberg.


Il programma Shuttle, formato da quattro navette (Columbia, Challenger, Atlantis e il prototipo Enterprise), inizialmente andava a ribadire la supremazia statunitense dal punto di vista tecnologico e militare, sostenuta dall’allora presidente Ronald Raegan. Ciò era possibile grazie a un sistema all’avanguardia, al centro del quale c’era il riutilizzo delle componenti principali, tra cui l’orbiter e i due razzi a propellente solido, o booster, permettendo di accedere all’orbita bassa con costi notevolmente ridotti e voli frequenti che potessero rendere commerciale l’uso delle infrastrutture spaziali.


Le tragedie del programma Space Shuttle


Nel corso della 25esima missione del programma, avvenuta il 28 gennaio 1986, lo Space Shuttle Challenger si disintegrò in diretta tv 73 secondi dopo il decollo: nella tragedia persero la vita sette persone, tra cui Sharon Christa McAuliffe, un’insegnante originaria del New Hampshire, vincitrice di un concorso nazionale per portare in orbita “la prima persona normale”, con l’intento di ravvivare l’interesse per le attività spaziali, all’epoca in crisi di popolarità. L’incidente, oltre a sconvolgere l’opinione pubblica, portò ad un blocco dei lanci da parte della Nasa che si protrasse fino al 29 settembre 1988, con il ritorno al volo del nuovo Discovery.


Quella del Challenger, tuttavia, non fu l’unica tragedia che coinvolse il programma Shuttle: il primo febbraio 2003, nella data in cui era programmato il rientro del Columbia, il popolo statunitense si trovò di fronte il presidente George W. Bush, che, con volto cupo, annunciò alla nazione che il Controllo missione di Houston avesse perso contatti con lo Space Shuttle. Poco dopo, dei detriti sono stati visti cadere sopra il Texas, confermando che non ci fossero sopravvissuti nell’incidente.


Questo decretò la fine della flotta degli Shuttle, ora composta da tre navette operative: venne utilizzata solo fino al 21 luglio 2011, per terminare la costruzione della Stazione spaziale internazionale.


Cosa ci resta e il futuro dell’esplorazione spaziale


Nonostante il peso della 14 vittime, il programma Shuttle ha reso possibile delle imprese senza precedenti, tra cui la costruzione della Stazione Spaziale Internazionale, o Iss, e la realizzazione del telescopio spaziale Hubble nel 1990, che ancora oggi regala all’umanità scorci meravigliosi.


L’eredità più grande dello Space Transportation System, tuttavia, è senza dubbio un accesso sempre più facile allo spazio, grazie alla cosiddetta space democratization, portando esempi nel trasporto orbitale come la Starship di SpaceX, il cui scopo è di spostarsi tra la Luna e la Terra prima di raggiungere, in futuro, Marte.

Vari Stati stanno investendo al momento per preparare l’esplorazione umana del Pianeta rosso. Tra queste troviamo la sonda Hope, lanciata nel luglio 2020 dagli Emirati Arabi Uniti, con lo scopo di analizzare l’atmosfera marziana e capire come e se il Pianeta si sia inaridito. Infatti, circa tre miliardi di anni fa, l’immagine di Marte era ben diversa da quella a cui siamo abituati oggi, con fiumi grandi quanto il Po, almeno 24 laghi nel solo emisfero nord e forse persino un oceano, forse straripante di vita.


Insieme alla sonda Hope, sono partite anche la missione cinese Tianwen-1 e quella statunitense Mars 2020. Mentre Hope si concentra maggiormente sull’interazione tra l’atmosfera marziana con lo spazio e il vento solare, il rover Perseverence, costato alla Nasa circa 2 miliardi di dollari, si concentra sulla ricerca di condizioni abitabili nel passato di Marte, nonché segni di vita microbica sul Pianeta, utilizzando una tecnologia avanzata che permetterà di ridurre rischi e costi.


Articolo di Chiara Pozzoli