Adotta un pistacchio: Quando una pausa obbligata si trasforma in una nuova partenza

La pausa imposta dal lockdown alle piccole e grandi imprese ha lasciato i lavoratori in uno stato di incertezza, paura e senso di impotenza. Vedersi stravolgere quella che era stata la propria normalità lavorativa ha generato in alcuni quello stesso istinto animalesco che si prova nei confronti di un pericolo imminente: “combatti o scappa”.

Qualsiasi scelta si faccia ci si ritrova sempre a scappare da - o a combattere contro - qualcosa di sconosciuto. L’ignoto e il diverso fanno sempre paura, ma ora più che mai questa paura è condivisa non con un piccolo gruppo di persone, ma con un intero pianeta. Questa condivisione forzata e il senso di comunità che ne deriva sono forse però i risvolti più positivi di questa “pausa”.


Un sentimento, quello di comunità, che è nato ed è stato alimentato grazie ai social network. Essi hanno infatti permesso di sopperire alla mancanza di socialità che il pianeta stava vivendo e hanno dato modo alle persone di esprimersi, a volte anche più di quanto non sarebbe accaduto nella "vita reale”.


Proprio questa comunità ritrovata e la scelta di combattere presa di fronte all’ignoto sono state le armi brandite da molti per sopravvivere a questo periodo. L’esempio di questo lo troviamo nella storia dell'adozione di... un pistacchio!

L’oro verde, il pistacchio


«Durante il lockdown abbiamo praticamente perso tutto il guadagno della Pasqua, un’entrata cruciale per una pasticceria come la nostra specializzata in dolci da ricorrenza. La mattina continuavamo ad andare in laboratorio e guardando i terreni e le piante circostanti abbiamo pensato di dover fare qualcosa di eclatante per risorgere. Ed è così che è arrivata l’idea».

Questa è la testimonianza dei fratelli Bonfissuto. L’idea dei titolari dell’omonima pasticceria artigianale di Canicattì, in provincia di Agrigento, è stata di piantare 70 esemplari di una varietà autoctona e antica di pistacchio per poter usufruire di questo oro verde a chilometro zero. L’idea ha cominciato a prendere forma quando, nel terreno circostante al loro laboratorio, i due imprenditori hanno trovato e scoperto una varietà antica di pistacchi. Di fronte alla scoperta i due fratelli hanno pensato bene di chiamare storici locali per raccogliere informazioni. Quello che sono riusciti a scoprire è che il laboratorio sorge su quella che era stata una vecchia “fastuchera” (piantagione di piante di pistacchio, in siciliano “fastuq” significa pistacchio). Per i due è stato quasi ovvio voler ridare vita a questa fastuchera con la messa a dimora di 70 alberi della stessa varietà di pistacchio.


Un progetto coraggioso e ambizioso, figlio del lockdown, che porterebbe, oltre alla salvaguardia di una preziosa coltivazione locale, anche all’autosufficienza della pasticceria entro i prossimi due anni e che oltretutto potrebbe venire esteso anche ad altri alberi da frutto.


La comunità che sostiene il progetto


Come dicevamo prima: il senso di comunità è stato fondamentale in questo periodo per mantenere alto il morale dei cittadini. Questa stessa comunità si è fatta sentire e si è dimostrata molto più che una moltitudine di indecifrabili indirizzi IP quando i fratelli Bonfissuto hanno creduto in essa e lanciato la propria campagna di crowdfunding su Kickstarter.

Il progetto prende il nome di «Adotta un albero di pistacchio», è stato lanciato lo scorso 30 luglio e in meno di una settimana dal lancio già contava 381 sostenitori e più di 22.000 euro raccolti. Il progetto è a donazione libera fino ai 1000 euro. Ad ammontare predefiniti di denaro corrispondono diverse ricompense, tra cui quella più rilevante permette adottare a tutti gli effetti una pianta nella fastucher, diventando «coltivatore virtuale», con la possibilità di partecipare a un’esclusiva giornata di experience in azienda comprensiva di pernottamento e degustazioni di prodotti tipici.


Le ricompense sono un modo per ridare alla comunità ciò che ha donato ai due fratelli, così come i due fratelli, con il loro progetto, intendono ripagare il territorio siciliano per ciò che è stato loro offerto.


I social come il bancone di un bar


Ciò che è mancato di più durante la quarantena è stato il contatto umano, e traducendolo nel contesto di pasticcerie, ristoranti o bar, il contatto umano si traduce in contatto con il cliente. Le attività gastronomiche hanno però fatto intelligente uso dei social per continuare a promuovere le proprie attività e per continuare a mantenere questo contatto.


L’esempio dei fratelli Bonfissuto è sicuramente uno dei tentativi meglio riusciti, ma non sono i soli. Due altre onorabili menzioni vanno ad esempio all’Ile Douce a Milano che ha coinvolto i propri clienti in contest culinari da remoto e al bar Garibaldi a Vicenza, il quale ha giocato molto sulla comunicazione giornaliera sui social per poter dimostrare al pubblico e ai propri clienti che anche in tempi difficili si poteva comunque andare avanti.


Come una freccia che lascia l’arco


Ci lasciamo alle spalle uno dei periodi più strani della storia moderna e di sicuro porteremo dietro strascichi per molto tempo, ma queste storie insegnano l’importanza di non arrendersi mai.


Come la freccia che viene scoccata, viene tirata indietro per poter venir lanciata in avanti a velocità elevatissime, così noi individui, imprenditori, studenti siamo stati “trattenuti”, ma a mano a mano che veniamo “rilasciati” e torniamo alla normalità, acceleriamo e ci apprestiamo a coprire enormi distanze in un batter d’occhio.


Questo è l’insegnamento dei fratelli Bonfissuto che dicono a quella comunità che li ha sostenuti nel loro riprendere velocità: “Vogliamo dire a tutti i giovani imprenditori di non abbattersi, nonostante le evidenti difficoltà dovute al Covid”.


Articolo di Angelo Rosace

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