Digital art e collezionismo digitale

Origine, definizione, storia.


Per indicare l’utilizzo rilevante e privilegiato di software specifici e nuove tecnologie nell’ambito dell’arte, durante gli ultimi vent’anni, sono state coniate diverse definizioni: computer art, arte virtuale, new media art, arte interattiva, infine “arte digitale”.

Nessuna di queste denominazioni indica però un movimento, una comune adesione a principi o procedure, come accade per tutte le altre arti figurative, nelle quali l'artista crea la sua opera modellando con le dita, o con strumenti manuali, oggetti, forme e figure. Infatti, digital art definisce solo l’uso del computer nella sfera dell’estetica e dell’espressione del Bello.


Questa locuzione apre però a due verità potenti: la possibilità che comunicazione e linguaggio confluiscano in un mezzo digitale e che il mezzo digitale sia in grado di accoglierne le diverse istanze e specificità, armonizzandole in modo sublime, al punto di farne un’opera d’arte. Questo avviene quando il mouse prende il posto del pennello, il monitor quello della tela e la creatività si esprime attraverso i pixel.


L’intento artistico è allora il medesimo di Van Gogh e Picasso; profondamente differenti sono però gli strumenti di realizzazione, oggi resi disponibili dalla tecnologia.

Questo perché sono in prima istanza la creatività, la conoscenza e l’esperienza a plasmare ogni opera che sappia trasmettere un messaggio apprezzabile o ritrarre il mondo come-lo-vorremmo e come-accende-i-nostri-sogni.


Non si deve oltretutto dimenticare che ogni grafica digitale deriva sempre dall’esercizio e dallo studio dell’arte tradizionale, che l’artista contemporaneo arriva a reinterpretare attraverso i nuovi codici offerti dalla realtà. Inoltre, queste regole, così come le caratteristiche tecniche degli strumenti a disposizione, devono essere ben introiettate dall’artista stesso perché questi, attraverso la sua produzione, sia in grado di promuovere nuovi meccanismi di comunicazione e innovative proposte culturali e non indurre solo un effimero “effetto wow”.


Commerciabilità


La domanda che ci si pone oggi non è solo relativa alla definizione di arte digitale, ma riguarda anche la sua commerciabilità.

Il luogo di riferimento per gli artisti pre-digitali, ovvero per tutti coloro che hanno operato fino agli anni ‘80, è stata la galleria d’arte.

Attualmente non possiamo negare che questi ambienti, specialmente quelli maggiormente aperti alla sperimentazione, abbiano manifestato un forte interesse per le innovative creazioni artistiche digitali, d’altra parte sembra che non tutte queste istituzioni abbiano saputo adeguatamente interfacciarsi con esse.


La motivazione non risiede unicamente nella non comprensione e apprezzamento del linguaggio artistico digitale, quanto piuttosto nella difficoltà di stabilire il valore, dunque il prezzo, di un bene che risulta essere, per sua natura, facilmente replicabile e anche modificabile, alterabile.

In quest’ottica, il prodotto artistico digitale sovverte la legge che governa il commercio delle opere d’arte tradizionali, ovvero il principio di scarsità, per la quale ogni bene è tanto più pregiato quanto meno disponibile, ma anche quanto più ermetico.


Ma l’ingegno umano, che sempre si pone domande, sa anche trovare le giuste risposte: se, dunque, esistono oggettive difficoltà nella compravendita delle opere di arte digitale, sia in ambito pubblico che nel collezionismo privato, non mancano però esempi di amatori del genere, autorevoli ed esigenti, che stanno alimentando il mercato attraverso l’acquisto consapevole, con adeguate procedure a tutela del copyright, e introducendo la possibilità di veicolare le opere attraverso l’ausilio di supporti materiali adeguati, quali le installazioni.

Come spesso accade nella sfera artistica, ma non solo, il modello pionieristico si afferma e si impone, tanto che sempre più musei d’arte contemporanea a carattere mondiale, si stanno rivolgendo a collezionisti privati o direttamente agli artisti per acquistare le opere, garantite e certificate, da esporre in aree adeguate, allestite secondo i criteri della creatività e dell’innovazione tecnologica più spinta.


A questo proposito, è necessario evidenziare come il principio del mecenatismo, caratterizzante la produzione artistica in tutte le sue forme, a partire dall’epoca classica, sia fondante anche dell’economia delle opere digitali, che possono essere così riscoperte, apprezzate e quindi vendute a partire dalle loro prime, talvolta incerte e basiche, forme di espressione.


Presente e futuro


Grazie al suo forte impatto, al potente simbolismo e all’acuta carica di innovazione, l’arte digitale sta facendo breccia e sta trovando il suo posto tra i collezionisti contemporanei. Anche tutti coloro che erano legati all’oggetto artistico, inteso come bene materiale, tipico delle arti figurative tradizionali quali il disegno, la pittura, la scultura, ma anche la fotografia, stanno cercando di superare la propria sfiducia verso la modalità espressiva che, al contrario, appare come inconsistente, incorporea, oltre che facilmente riproducibile e impiegabile.


Si sta dando così avvio ad un processo virtuoso, volto al riconoscimento dei diritti d’autore e della possibilità di utilizzo delle opere d’arte digitali, attraverso la giurisdizione della materia, che passa da contratti e certificazioni dei file digitali analoghi alla blockchain.


Ma, dunque, i pittori del futuro saranno gli algoritmi? No, certamente: l’intelligenza artificiale non è l’artista, ma  il mezzo del quale questi si serve per attribuire forme nuove, e inimmaginabili fino a poco fa, alle sue creazioni.

E noi, fruitori finali del Bello artistico che passa dalla tecnologia digitale, come, a priori, i galleristi e i collezionisti, non possiamo né dobbiamo sottovalutare quanto questa possa offrire soluzioni sostenibili in termini non solo visivi, ma anche sociali ed ecologici.

Siamo chiamati ad abbracciarne, quindi, con fiducia le straordinarie peculiarità, nel rispetto e tutela delle specificità che la caratterizzano.



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