Diritto alla riparazione: Ricambi garantiti per allungare la vita dei prodotti

Da molto tempo abbiamo scoperto un termine che una volta non esisteva “obsolescenza programmata” e improvvisamente ci siamo resi conto che intorno a noi il nostro mondo era diventato “a tempo determinato”.


Le prime reazioni, ancora le ricordo, furono di sdegno e un senso di ingiustizia pervase le nostre vite elettroniche (all’epoca il digitale era un termine futuristico).


Nel lontano 2007 lavoravo nel mondo dell’informatica come consulente e in quegli anni avevo scoperto un termine che mi dava speranza: Trashware.


Si trattava di recuperare vecchi PC obsoleti e grazie alle distribuzioni Linux, all’epoca più snelle e veloci di windows, era possibile ridare vita a vecchi computer. Esistono ancora gruppi e associazioni che portano avanti progetti simili. Uno di questi, che ha avuto molto successo durante la pandemia, è stato PC4U

Diritto alla riparazione Ricambi garantiti

Anche il Banco informatico e Informatici Senza Frontiere sono iniziative interessanti da esplorare sui rispettivi siti.


NDR: il problema del recupero dei vecchi pc sta nel fatto che i browser per navigare richiedono sempre più risorse e non sempre si adattano all’uso anche solo domestico.


Diritti e Doveri


Riparare è sicuramente la scelta migliore ma vorrei riflettere su alcune circostanze che a volte fanno rivedere le nostre opinioni.

Per moltissimi anni (e penso ancora ora sia così) la Apple sconsigliava la riparazione dei vecchi computer preferendo incentivare la politica del nuovo. La logica era quella di avere un prodotto sempre in garanzia, efficiente, all’altezza del brand e che non si guasti poco dopo.


“Non è sbagliato” potrei pensare, ma solo nel momento in cui attua una politica di recupero e smaltimento del vecchio parco informatico, oppure nel caso utilizzi materiali a basso impatto ambientale, e per quanto ci proviamo penso che l’informatica non sia per nulla a basso impatto.


Un’altra riflessione sta in un problema pratico. Una grossa parte della produzione avviene nei paesi asiatici. L’Italia in particolare, salvo rari casi, è diventato il regno della Logistica e la produzione si fa all’estero.


Per massimizzare i profitti e abbattere i prezzi si usano spesso parti interne in plastica o altri materiali da stampaggio, ma dopo qualche anno la tecnologia migliora e quei ricambi, ammesso che lo fossero prima, non sono più trovabili.


Posso creare il mio pezzo di ricambio da solo? Certo, basta una stampante 3D un po’ di nozioni di Cad e la capacità di individuare il pezzo rotto e sostituirlo oltre che essere un esperto di smontaggio di lavatrici, aspirapolvere, frullatori… ma alla fine questo non convince e non conviene.


Non ci resta che piangere


Mi ha sempre fatto ridere Benigni quando parlando con Troisi dice: “possiamo costruire tutto, per esempio IL TRENO”… ma tu lo sai come si fa un treno?

Ci sta mancando la conoscenza del come sono fatte le cose, come si costruiscono e come si riparano.


Questa figura, il riparatore, dovrebbe essere presente in ogni paese, borgo, quartiere e sostenuta dalla comunità (idealmente), ma dovrebbe anche avere una preparazione da ingegnere per stare al passo con i gli sviluppi tecnologici.


Stanno nascendo già da tempo dei Repair Caffè, soluzione molto interessante soprattutto dal punto di vista sociale e collettivo.


Diritto alla riparazione


Mentre scrivo questo articolo mi vengono in mente film futuristici in cui i Robot si ribellano all’uomo e chiedono pari diritti tra cui quello di non essere rottamati a favore di una riparazione conservativa. Ovviamente la mia fantasia ha la meglio in questo momento.


Con un po’ più di pragmatismo possiamo immaginare l’intento dei legislatori di dare una finestra di opportunità non solo a nuovi imprenditori ma soprattutto ai consumatori che sono stati spremuti per anni grazie al sogno dell’automatismo e della velocità nel quotidiano divenire delle nostre giornate da pendolari produttori di debito.


diritto alla riparazione dispositivi

Si tratta di un'iniziativa approvata dal Parlamento UE che mira a contenere il problema dell'obsolescenza programmata, ovvero le cause dell'eccessiva sostituzione dei prodotti e del loro prematuro fine vita.

Di cosa si tratta

Il diritto alla riparazione (o Right to repair) approvato dal Regolamento 2021/341 dell'Unione europea. In pratica, le nuove regole obbligano i produttori di apparecchi elettronici a rispettare determinati criteri di progettazione e realizzazione: facili da riparare anche al di fuori dei circuiti ufficiali.

I produttori sono obbligati a rendere disponibili i pezzi di ricambio, finora spesso introvabili, e le relative istruzioni per la riparazione. I produttori dovranno quindi assicurare ai riparatori professionisti uno stock di ricambi per circa un decennio, in modo da allungare il ciclo di vita e di utilizzabilità di un oggetto, evitandone la sostituzione precoce.

Inoltre, il diritto alla riparazione prevede la possibilità di aggiornare sì i componenti, ma anche i software dei prodotti, sempre con l'obiettivo di ritardarne il fine vita. Il contrario di quanto è stato confermato recentemente anche per i dispositivi Apple iPhone 6 e 6 Plus, 6S e 6S Plus, le cui performance sono calate significativamente dopo un aggiornamento del firmware.

Un problema connesso anche all'impatto ambientale

Il diritto alla riparabilità è strettamente connesso anche al problema dell'impatto ambientale derivante dai rifiuti elettronici.

Oggi l'80% dell'inquinamento ambientale e il 90% dei costi di produzione dipendono dalle decisioni che vengono prese dai produttori in fase di ideazione dei dispositivi.

Secondo il report "Global E-waste Monitor 2020" delle Nazioni Unite, infatti, i consumatori europei producono mediamente 16,2 kg di rifiuti elettronici in un anno, seguono Asia (5,6 kg) e Africa (2,5 kg). Le stime prevedono inoltre che le attuali 53,5 milioni di tonnellate di rifiuti potrebbero raggiungere la cifra di 74 milioni di tonnellate entro il 2030.

Riparazione, sostituzione o rimborso: le alternative

Oggi, quando un prodotto risulta difettoso, non funzionante o le sue performance sono distanti da quanto mostrato sulla pubblicità, entro due anni dall'acquisto il consumatore può richiedere la riparazione o la sostituzione. C'è poi anche la possibilità del rimborso, ma che viene spesso valutata come ultima ipotesi:

  • Il consumatore può chiedere, a sua scelta, la riparazione o la sostituzione senza spese;

  • Il venditore può proporre un rimedio diverso nel caso in cui la richiesta del consumatore sia difficilmente realizzabile o non può avvenire entro un termine di tempo congruo;

  • Se le due strade precedenti non sono percorribili, allora la legge prevede il diritto del consumatore al rimborso di parte del prezzo o la risoluzione del contratto con la restituzione completa del prezzo se il prodotto non è più utilizzabile.

Riparazione sostituzione rimborso

Quale futuro


Il buonsenso ci farebbe esultare per un tale risultato, ma temo che il nostro buon senso sia stato ingannato dall’arte del marketing che ci mostra un vantaggio dove invece si insinuerebbe il dubbio che sia una fregatura.


Un po’ come quando leggiamo “con il 50% di grassi in meno” oppure “senza olio di palma”. Sembrano degli enormi vantaggi in effetti ma solo se ne percepiamo lo strategico utilizzo.


Azioni concrete


La riduzione degli imballi e dei rifiuti elettronici è alla base di una nuova sopravvivenza ma possiamo fare molto anche in termini di consapevolezza. La nuova didattica scolastica e sociale dovrebbe tendere a studiare come costruire e riparare oggetti oltre a tutte le altre materia e come impattare meno possibile sull’ambiente.


Proviamo quindi ad immaginare un business fatto di cultura tecnologica e di riuso attivo per cercare di rimediare ad una situazione ambientale ormai insostenibile.