Il caso Disney Store: Nel commercio il braccio di ferro si gioca tra e-commerce e retail

C’è poco da girarci intorno, stiamo vivendo un periodo di grandi cambiamenti. Il covid-19 è stato un grande catalizzatore per la rivoluzione della gran parte dei processi che siamo stati da sempre abituati a vivere e per quanto possa essere ridondante, questo concetto rimane imprescindibile per l’analisi della nostra società.


Si è partiti dalla quotidianità con un radicale cambiamento dell’esperienza degli spazi pubblici e privati, arrivando poi al commercio e all’economia con una progressiva destrutturazione dei punti vendita fisici per abbandonarsi a un sistema di vendita più liquido basato sull’e-commerce.


Disney Store e-commerce retail

Già prima del lockdown a chi non è capitato di acquistare un abito online e di farselo addirittura recapitare in ufficio per mancanza di tempo? Ora per questione di necessità tantissimi consumatori si sono ritrovati a utilizzare gli e-commerce come uno strumento di sopravvivenza, d’altronde non era forse più sicuro fare la spesa online piuttosto che attendere ore tra le file chilometriche dei supermercati?


Insomma, con dati alla mano secondo l’Osservatorio “The World after Lockdown” curato da Nomisma e Crif nel 2020, il 70% dei consumatori italiani ha acquistato su internet almeno una volta.


Questa tendenza ora sembra essersi evoluta in un’abitudine più cementata, infatti la crescita del fenomeno e-commerce non sembra essersi arrestata. A livello mondiale nel 2021 il numero di ordini è aumentato addirittura del 46% rispetto all’anno precedente; a trainare questa impennata del settore sono gli articoli sportivi (101%), gli elettrodomestici (96%), e, curiosamente, borse di lusso (95%).


Disney, dall’altra parte della barricata chiude gli shop italiani


In completa controtendenza alle scelte di altri big del settore come Google e Amazon, Disney è dall’altra parte della barricata, quella di un lento e graduale abbandono della vendita fisica partendo, una decisione questa che coinvolge anche gli store nostro bel paese.


Risale a Marzo 2021 l’annuncio della Disney di voler chiudere almeno sessanta dei suoi punti vendita diretti in Nord America per investire le sue energie negli e-commerce. Il colosso dell’ animazione ha quindi accolto l’aumento dei trend delle vendite online inserendosi a pieno regime nelle potenzialità del web.


Una scelta questa che sebbene sia comprensibile non è priva di conseguenze. Non si può non considerare infatti che gli store fisici sono un motore importante dell’economia, generatori di tantissimi posti di lavoro. In Italia sono a rischio oltre 230 dipendenti, un numero che messo in relazione alle dubbie sorti del blocco dei licenziamenti non fa ben sperare. I sindacalisti amareggiati dopo aver dichiarato che


"Dopo l'emergenza sanitaria e le tante restrizioni, i periodi di cassa integrazione alternati a periodi di lavoro non certo brillanti, dopo l'anno più difficile, ora più di 230 famiglie dovranno affrontare un'ulteriore fase difficile e piena di incertezza”

si sono subito messi sul piede di guerra per la tutela dei propri associati. La prima mossa è quella di indire otto ore di sciopero con relativi presidi davanti a 15 shop nazionali dei Disney Store.


Amazon e Google outsider contro i trend


I numeri parlano chiaro e non si possono contraddire: il trend del mercato online è in netto rialzo. Ciò che rimane all’uomo è il libero arbitrio e quindi il potere della scelta: cosa fare quindi? Puntare tutto sul mercato online o umanizzare i processi credendo nel mercato fisico?

Amazon Google outsider

In completa controtendenza rispetto alla scelta più ovvia, Amazon e Google hanno deciso di espandersi “fisicamente” aprendo nuovi punti vendita. Amazon che già deteneva diversi punti fisici negli stati uniti ha deciso di aprire il suo primo punto vendita anche in Europa, più precisamente in Germania. Google, che ancora non aveva esperienza nel campo, ha deciso di investire sul processo di vendita fisico con il suo primo negozio a New York la cui inaugurazione è prevista per l’estate.


Il vicepresidente del settore direct channels e memberships di Google, Jason Rosenthal, ha dichiarato che lo store è una “naturale estensione del rapporto con la città”, una affermazione che potrebbe anche essere letta in un'ottica di riappropriazione del territorio e dell’esperenzialità fisica non solo dei processi ma anche dei rapporti con i propri acquirenti.


Il motivo di questa scelta sarebbe che i clienti necessitano ora più che mai di un contatto fisico, hanno bisogno di provare i prodotti, di essere consigliati e di immergersi completamente nella filosofia aziendale. Un fascino, quello dell’esperienza d’acquisto fisica, intramontabile anche a detta di Jeff Bezos che, nonostante inizialmente non avesse alcuna idea di aprire punti vendita fisici, ora continua la sua espansione convinto che il fascino dello shopping fisico rimarrà intramontabile.


Se da un lato la virata verso il mondo digitale sembra una naturale evoluzione del mondo e dei processi che viviamo quotidianamente, dall’altro le sue conseguenze non possono non lasciare dei dubbi.


Sia la scelta di Amazon e Google che quella della Disney hanno sicuramente delle ragioni comprensibili, non si può quindi dire che una sia più ragionevole dell’altra.


L’unico neo nella scelta di virare sul digitale rimane sicuramente quello dell’occupazione; cambiare sì, ma senza trascurare il reinserimento occupazionale.


Articolo di Eleonora Orrù