Milano e coworking: Dagli uffici ai bar

Con l’arrivo della pandemia di Covid-19 è cambiato il modo di lavorare anche nel capoluogo lombardo, che si è adattato allo smart-working trasformando in luoghi di lavoro circa una settantina di spazi. Il Comune li ha etichettati come tali, spronando i cittadini a non lavorare da casa.



L’apertura di spazi di smart working rappresenta una fonte di risparmio anche per le aziende, i cui uffici sono spesso costosi: per questo motivo, infatti, la transizione ormai avviata verso lo smart working difficilmente si arresterà. C’è solo da adattarsi all’uso di piattaforme di teleconferenze per comunicare con i propri colleghi: Google, ad esempio, ha già vietato l'utilizzo di Zoom ai propri dipendenti, come spiegato nel nostro editoriale del 5 maggio.


Gli spazi di coworking risultano una boccata d’aria in tempi di Coronavirus: si tratta di luoghi allineati ai protocolli, igienizzati e dotati dei necessari dispositivi, in cui, nelle circostanze eccezionali in cui ci troviamo, è ancora possibile coltivare il rapporto umano, condividendo esperienze, contatti e competenze. Questa è la grande differenza tra gli spazi di coworking e il lavorare da casa, che, a lungo andare, può risultare alienante.


Sul sito del colosso del co-working WeWork, ad esempio, troviamo una pagina dedicata al potenziamento delle misure di pulizia e di distanziamento sociale, al fine di reinventare gli spazi, dando la priorità alla salute e alla sicurezza dei clienti. Oltre alla maggior sanificazione e alla segnaletica di comportamento, gli spazi di WeWork sono stati modificati per mantenere il corretto distanziamento, oltre ad offrire una maggiore selezione di prodotti di disinfezione, dispositivi di protezione individuale e un aggiornamento delle offerte per la cucina, con condimenti, posate monouso e guanti.


Coworking di successo nel capoluogo lombardo

“Lo smart working è frutto di un’evoluzione di processi di lavoro inevitabile.” Questo è il pensiero di Lorenzo Maternini, che nel 2011 ha co-fondato a Milano i due spazi che vanno a formare Talent Garden, aree di coworking all’Isola e vicino alla Fondazione Prada.


L’avventura di Maternini non si è fermata lì: Talent Garden, infatti, si è espansa, trasformandosi nella più grande community europea di innovatori digitali all’interno di una rete di campus di co-working. Gli spazi di coworking di Talent Garden sono ben 21 in 7 paesi, aperti 24 ore su 24, 7 giorni su 7. Sono progettati affinché i lavoratori abbiano uno spazio dotato non solo di scrivanie, ma anche laboratori, spazi per eventi e caffetterie, perché possano crescere come professionisti.


A Milano, nel maggio 2020, ha aperto anche Wellio, l’offerta di co-working di Covivio, nata per offrire una nuova esperienza lavorativa ai professionisti in cerca di flessibilità e alti standard nelle condizioni di lavoro. Wellio, che ha già cinque siti operativi in Francia, ha portato nel capoluogo lombardo 4.700 metri quadri di postazioni di coworking in aree condivise, uffici personalizzabili in termini di design, sale riunioni e aree per eventi, arredabili a seconda delle esigenze.


Nell’esclusiva location milanese, situata in un antico palazzo neoclassico in via Dante, nel cuore della città, tra Piazza Cordusio e il Castello Sforzesco, il cliente Wellio ha a propria disposizione un ufficio arredato e diversi servizi, come una palestra, una biblioteca, internet fibra ad alta velocità e un “office canteen”, offerta dall’azienda food-tech Foorban.


Anche i bar si trasformano in spazi di coworking


Così, mentre da un lato colossi dello smart working continuano la propria espansione, dall’altro, a causa del lockdown, anche i bar si devono ingegnare per sopperire alla mancanza di clienti. In questo modo i tavoli che solitamente sarebbero stati occupati in pausa pranzo vengono trasformati in scrivanie per lavoratori agili.


A mettere in contatto i bar con i lavoratori in cerca di scrivanie per le ore meno frequentate è Nibol, una startup che ha reso tutto ciò possibile grazie ad un’app. A Milano, l’app è già attiva in 18 locali: sulle pagine dei diversi locali, è possibile vedere i dettagli delle singole postazioni -a partire dalla presenza di prese elettriche, fino all’opportunità di avere l’aria condizionata- e le recensioni da parte degli altri clienti.

Grazie alle recensioni, l’utente si può informare non solo sulla comodità e la tranquillità della location, ma anche sulla qualità di cibi e bevande. Per avere il proprio tavolo, basta prenotare specificando quando e per quanto tempo verrà occupato. Lo scorso agosto è iniziata anche la mappatura di Bologna, alla ricerca dei locali migliori per professionisti che necessitano di uno spazio di lavoro temporaneo.


Altre interpretazioni dello smart working


Cambiando completamente prospettiva, invece, troviamo i servizi di startup come Offlunch e Streeteat, che offrono un servizio di mensa per coloro che preferiscono l’home office.


Sulla stessa linea di Nibol, troviamo anche Daybreakhotels, che, partendo dall’affitto di stanze di lusso durante il giorno, si sono spostati ad occuparsi di smart working su misura. L’ad della compagnia, Simon Botto, infatti afferma che al costo di 50 euro si possa lavorare in un hotel 4 stelle.


Il coworking sembra quindi essere arrivato per restare, spinto dalle logiche del distanziamento e dall’alienante lavoro da casa.


Articolo di Chiara Pozzoli

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